Primavera
Esiste una vita in cui sei figlio e una in cui non lo sei più. Entrambe, nel mio caso, sono cominciate a primavera, in un giorno in cui forse pioveva, o forse no.
Il funerale di mio padre è stato struggente e consolatorio. È stato bello, se esiste una qualche accezione nella quale si possa definire bello un funerale. Con un sacco di amici, ricordi, risate umide di pianto. Persone care disposte a sfidare il magone per parlare di lui in una chiesa gremita, persone talmente care da risparmiare a lui e a noi qualsiasi rigurgito di agiografia. Con un celebrante giovane che lo aveva conosciuto a fondo, che aveva conosciuto mio padre quando era ancora del tutto se stesso, nel bene e nel male. E che di lui aveva potuto parlare con franchezza, con ironia e con riconoscenza. Con autenticità. Nell’accezione in cui si possono definire belli i funerali, è stato il funerale più bello a cui sia mai stata, il che è un vero paradosso, dal momento che mio padre odiava i funerali e che da anni si guardava bene dal prendervi parte (come dal prendere parte, del resto, a qualunque consesso umano o evento sociale di sorta). Era il primo sabato dopo la Pasqua, lo stesso giorno dei funerali solenni del Papa argentino. Era primavera, ma non riesco a ricordare che tempo facesse.
Del funerale di mia madre non ricordo niente. Ho tenuto gli occhi serrati per tutto il tempo. Li avevo tenuti chiusi anche prima, a casa, nel tentativo di trovare qualcosa di adeguato da indossare, io che sono così brava a vestirmi sempre in modo inadeguato. Tenere gli occhi chiusi il più possibile era l’unico modo che avessi trovato per sopravvivere a un lutto che non era soltanto dolore e nostalgia, che non sarà mai soltanto dolore e nostalgia. Non ricordo che tempo facesse, era primavera. Un giorno primaverile di maggio del quale non riesco a ricordare quasi niente. Mio padre non c’era. Nemmeno i miei figli – hanno perso una quantità insolita di parenti, per dei ragazzi della loro età, ma non hanno voluto partecipare a nessuno dei loro funerali. C’era molta altra gente, c’era mio marito, al quale sono certa di essermi aggrappata per tutto il tempo di quella celebrazione breve e interminabile. C’era sua madre, ancora ignara che il suo tempo residuo in mezzo a noi fosse già praticamente agli sgoccioli. Ricordo di aver guardato il cielo solo molto tempo dopo, nello spiazzo scabro davanti al crematorio. Di aver pensato che finalmente mia madre poteva smettere di stare in quel corpo spezzato, che almeno qualche pezzo di lei – frammenti, molecole, protoni – sarebbe tornato, in mezzo al fumo, a mescolarsi alla materia dell’universo. A mescolarsi alla primavera.
Il giorno di primavera in cui sono nata, quasi mezzo secolo fa, era un giorno di pioggia. O forse no, ma negli anni mi sono in qualche modo convinta di averlo sentito raccontare da mia madre o da mia nonna. Era un lunedì, questo è sicuro. E i miei genitori non si aspettavano che nascessi proprio quel giorno. Pare che mia madre si fosse accorta di essere in travaglio quando ormai, all’esame ostetrico, potevano sentirsi i miei piedi. Sono entrata nel mondo per il verso sbagliato, e sarebbe troppo facile scrivere che si sia trattato di un presagio del mio destino su questo pianeta. Potrei finanche ricorrere a una delle citazioni più abusate del mio amato De André, riconducendo a quell’esordio podalico la direzione ostinata e contraria con cui da allora sembro governare il timone della mia esistenza. La verità è che sono nata senza sforzo attraverso un lungo taglio verticale, destinando a mia madre tutta la fatica e il dolore di quella nascita, insieme a una cicatrice che, chissà perché, non le ho mai chiesto di guardare da vicino.
Nel privilegio occidentale che mi è toccato in sorte alla lotteria geopolitica del fato, è una condizione insolita essere orfani alla mia età. È insolita anche la parola, è desueta. Fa pensare a ragazzini scarni con gli occhi sgranati, usciti da un romanzo di Dickens o da un film di maghi e scuole di stregoneria. Ma è una condizione che, da qualche tempo, almeno in parte mi definisce. Definisce i confini e gli orizzonti della mia esistenza. Esiste una vita in cui sei figlio e una in cui non lo sei più. Entrambe, nel mio caso, sono cominciate a primavera, in un giorno in cui forse pioveva, o forse no.


Grazie per aver descritto così bene una sensazione che purtroppo provo sulla mia pelle da anni, ho passato più tempo senza mio padre che con lui. E la sensazione di non essere più figlia ma persona, adulta, a 15 anni non sono mai riuscita a spiegarla. Oggi sento che una parte di me è venuta fuori. Grazie